Nei nomi e nei cuori di Lea e Denise

Quante volte ho provato, in questi anni, a immaginare come fosse la tua vita, senza mai riuscirci. Cosa potesse significare vedere l’arresto di tuo padre da bambina, vivere la scelta di tua madre, scappare, cambiare tante volte identità, case, città, nomi, compagni di classe; come potesse essere stare accanto alla sguardo impaurito di mamma mentre si guardava alle spalle; cosa volesse dire respirare la sua indignazione, la sua determinazione e anche i suoi ripensamenti, il suo coraggio e le sue paure. Mi sono chiesto quanto coraggio e quanta disperazione ci potesse essere dentro di te nelle ore in ricerca di Lea in quella notte a Milano e nelle settimane successive accanto a quel padre che sapevi essere il suo assassino. Ho pianto ascoltando le tue parole al processo, perché non sarei mai stato capace di una forza così grande dentro una vita che non avevi scelto.
Quando, ad anni di distanza, ho scoperto che questa era la tua storia, la storia di quella ragazza che ci era stata presentata come un “protocollo riservato” nel dicembre 2006, sono rimasto senza parole. Perché la storia di Lea e Denise la conoscevo, ma non sapevo che Denise eri tu, quella ragazzina solare e sorridente seduta in quell’aula della nostra scuola. Quel silenzio attonito è poi diventato volontà di fare qualcosa che ricordasse il vostro coraggio e le vostre scelte. Lì è nata l’idea di quell’aula e il racconto di speranza che tante volte ho fatto nelle classi.
Poi c’è stato il pomeriggio del 10 settembre, l’altroieri: tu non c’eri più. E mi son chiesto: e ora? Come facciamo a raccontare a degli adolescenti una storia così disperata? Perché nella disperazione del gesto continuavo a sentire la forza delle vostre scelte di libertà: ma non riuscivo a tradurla in parole.
Poi sono arrivate le parole di Enza Rando che ti ha sostenuta in quel processo e negli anni a venire, e ho capito come continuare a parlare di te e di Lea.
“La tragica scomparsa di Denise Cosco, morta a soli 35 anni come sua madre Lea Garofalo, è una ferita profonda per tutto il Paese e ci impone una riflessione drammatica e senza ipocrisie: la mafia uccide, e lo fa in molti modi. Uccide chi si oppone al suo potere, ma continua a uccidere nel tempo anche chi sopravvive, generando veri e propri mostri dentro le vite e le anime di chi resta.
Lea Garofalo ha pagato con la vita la scelta di essere una testimone di giustizia, la scelta della libertà per sé e per sua figlia. Al processo per il suo omicidio sono stata l'avvocata di Denise: un percorso drammatico in cui l'ho sostenuta e accompagnata per tanti anni in questa battaglia di verità e giustizia.
Con Denise ho conosciuto il coraggio straordinario di una giovane donna, una forza immensa che ha lottato fino in fondo. Tuttavia ha portato sulle spalle un peso inumano: il dolore della perdita, il vuoto di domande che non troveranno mai risposta e i mostri interiori con cui chi resta è costretto a convivere ogni giorno.
I figli delle vittime di mafia sono doppiamente vittime: spogliati dei loro affetti, strappati alle proprie radici e costretti a ricostruirsi un'esistenza sotto un'altra identità, lontani dai propri luoghi e dentro vite che non si sono scelti.
Lo Stato per Denise c'è stato e le è stato vicino, ma questa tragedia ci ricorda che non dobbiamo mai abbassare la guardia: serve un sostegno umano, psicologico e sociale sempre più costante, continuo e profondo per accompagnare chi vive questo dramma. Dobbiamo farlo per Denise e per Lea, per portare avanti la memoria del loro impegno.
La mafia non deve vincere, non permetteremo alla mafia di avere l'ultima parola.”
A cura di Simone Del Mondo
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